venerdì 10 marzo 2017

Rec - Jackie





Jackie

Ti aspetti un film biografico, se non un agiografico. Ed invece no. Jackie è una specie di viaggio nell'incubo. Da poco ho riletto un libro su Eyes Wide Shut, e sicuramente ne sono ancora influenzato ora che scrivo, ma penso sia innegabile una certa affinità con Kubrick.


Il libro di cui sopra di Simone Ciaruffoli 



 Lunghe e lente carrellate avanti o dietro, scene controllatissime e curatissime eppure semplici, che si autodenunciano. Insomma siamo dentro al viaggio mentale tanto caro a Kubrick, c'è un che di Shining e di EWS nel continuo vagare della protagonista nei corridoi della casa bianca. Con un evidente gusto per l'orror nella scena della doccia (mancava l'inquadratura dello scolo o il dettaglio del manubrio con l'acqua scrosciante) o nel primissimo degli schizzi di sangue sul viso di Jackie. Non ho dubbi che qui non si sta parlando degli avvenimenti successivi all'attentato ma dell'incubo che attraversa la testa della First Lady. C'è molta poca politica e quasi pochissima cronaca, la si da per scontata. L'attentato in sè è spostato al centro del film senza essere una scena clou, anche questa è più un messa inscena di un ricordo più che ricostruzione di un fatto di cronaca. Il film è destrutturato senza avere centro, inizio o fine. Ci sono tre tronconi che si intervallano: 1) l'intervista (il motore del film), con una Jackie risoluta, cattiva quasi, consapevole, dove regna la stasi. 2)  La ricostruzione delle riprese storiche all'interno della casa bianca, nelle quali Jackie è sperduta, timida, impacciata. e3) la cronaca (si fa per dire) dell'attentato ma sopratutto dei funerali (le carrelate di cui sopra i primissi piani, i dettagli). Poi ci sono un paio di inserti con John Hurt, prete che ci crede poco. Ci azzardiamo a dire che è la coscienza con cui fare i conti? Bho, noto solo che anche queste scene sono in lenta camminata lungo un bel vialone dritto.
Il tutto poi è speculabile in senso mediale, cercando senso nell'aspetto mediale di tutta la vicenda. La protagonista in primis è un prodotto mediatico, trasformata da esso e che si trova a doverci fare i conti. Ogni decisione è sempre un messaggio, tutto si fa carico di un portato mediatico. Sono sicuro che nelle intenzioni del regista ci sia anche tutto questo, ma secondo me non fa altro che alimentare quello straniamento utile all'atmosfera da incubo che regna. La scena al cimitero, breve potrebbe riassumere sogno, tema della medialità e l'incubo tutto da sola.
E la locandina è rossa, tutta rossa, con lei che si confonde con tutto quel rosso.
Insomma se potessi chiederei a Larrain quanto ama il cinema di Kubrick.

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